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40 anni di TELEALTO

Guest Post di Riccardo Esposito

Esattamente quarant’anni fa, nei primi giorni di Novembre del 1975, partiva l’avventura di TeleAltoMilanese.  Non ho preso parte all’avventura di TeleAltomilanese, ma ho avuto la grande opportunità di essere uno degli “early employee” di Antenna3, che considero un continuum di TeleAlto.

Per celebrare l’anniversario, ospito qui sul mio sito, come Guest Contribution, un estratto dedicato a TAM della tesi di laurea del giovane Riccardo Esposito, dal titolo “Elogio catodico del quotidiano. Le origini del coinvolgimento del pubblico nei programmi televisivi: il caso di Telebiella e Antenna3”.     E' un contenuto testuale molto corposo per un blog post, ma è il minimo per capire e celebrare i 40 anni di Tele AltoMilanese (TAM).

Ma prima alcune mie personali considerazioni sul mio territorio, la zona di Busto Arsizio e dintorni, che nella seconda metà degli anni '70 ha ospitato le prime significative esperienze di televisione commerciale via etere in Italia. Se infatti la primogenitura della nascita della televisione libera in Italia spetta alla biellese Telebiella, la prima realtà strutturata in azienda commerciale fu proprio la bustocca TeleAltoMilanese con sede in via Caprera 21.


La domanda che mi sono più volte posto è quanto sia stato importante il Genius Loci dell'Altomilanese nella nascita della prima commerciale italiana. E siccome ogni fenomeno è generato da alcune variabili, a parità di condizioni (numero di abitanti, PIL pro/capite, diffusione di apparecchi televisivi ogni 1000 abitanti ecc.) come mai il primo esempio di televisione commerciale strutturato è nato proprio nell'altomilanese? Perché tra le ben 1.500 emittenti televisive locali sorte negli anni del far west della tv nessuna raggiunse i livelli di professionalità di TeleAltoMilanese e soprattutto di Antenna3 Lombardia?
Quanto l'allora tessuto economico dell'altomilanese, all'epoca una delle zone economicamente più forti d'Italia, è stato importante nella nascita di TeleAltoMilanese e Antenna3 fornendo un ottimo bacino d'utenza per i necessari investitori pubblicitari?


La risposta a questo quesito la si trova a pagina 9 dell'autobiografia di Renzo Villa, fondatore e direttore dei programmi, nonché presentatore delle due emittenti

“A fare il successo di un'emittente concorrono tante cose: Le idee ben realizzate, gli artisti, e, non ultimo, il pubblico. Ma queste sono sole le prime. Per una televisione commerciale a carattere locale come la nostra, molto importante era anche il collegamento con un territorio ricco di attività imprenditoriali in forte sviluppo e, quindi, molto interessate a dare visibilità ai propri prodotti. Il bacino d'utenza coperto dall'emittente produceva, allora, un terzo del PIL nazionale. In parole povere: una antennatre a Roma non avrebbe funzionato altrettanto bene”.
Lascio ora la parola a Riccardo.
Guest Post di Riccardo Esposito

Trasmissione simbolo dell’emittente è senza dubbio “Il Pomofiore”, ideata e condotta[1] da Enzo Tortora”.

Al periodico “Settimana Tv[2]” il presentatore genovese spiegò:

Il “Pomofiore” è una sorta di “Corrida[3]”, quella radiofonica per intenderci, per dilettanti. La partecipazione è aperta a tutti. La novità, rispetto alla RAI, è che va in onda per televisione e non per radio e che i concorrenti vengono classificati secondo un sistema antichissimo e funzionale. Lancio, cioè di fiori o di pomodori.

Sempre Tortora dirà in un’intervista rilasciata a Mike Bongiorno nell’inconsueta veste di inviato della “Domenica del Corriere”[4]


Chi ha del talento o crede di averlo, viene nei nostri studi, si mette davanti alle telecamere e si esibisce cantando, ballando, recitando, facendo imitazioni e qualsiasi altra cosa gli venga in mente di fare. E’ il pubblico che decide sulle qualità artistiche del concorrente e manifesta il proprio dissenso con il lancio, rispettivamente, di fiori o di pomodori.

«Il Pomofiore», spiegò Tortora al settimanale Novella 2000[5]«significa fiori e pomodori. Il pubblico, che ne viene rifornito al momento di entrare in studio, con il lancio dei primi manifesta il suo consenso, con i secondi il dissenso. Alla fine si fa la conta e la differenza fiori–pomodori dà il punteggio esatto ottenuto dagli artisti in gara»

«E’ questo sicuramente il momento più divertente del varietà, - scrive Aldo Grasso [2006, 27]- perché il lancio di pomodori, peperoni e altro viene eseguito con estrema brutalità. Il divertimento si sposta dall’esibizione del concorrente alla “partecipazione” del pubblico presente in studio»

Sempre nelle parole dell’intervista a Novella 2000[6]


«Alla base c’è senza dubbio un innato cinismo del pubblico» continua in tono leggermente più serio Tortora. «Poter esprimere subito il proprio disappunto con un lancio indiscriminato di pomodori, è il massimo credo. La grande tradizione del loggione di Parma vive qui a Busto. Poi c’è un altro aspetto, quello della giustizia e dell’equità. In un mondo dove tutto passa attraverso le lungaggini burocratiche poter “giustiziare” qualcuno o anche premiarlo (non dimentichiamo i fiori, infatti) all’istante è abbastanza stimolante. In effetti la gente con noi ha ritrovato il gusto del lancio di ortaggi. La gente ha bisogno di tirare i pomodori. E’ stata troppo a lungo inibita. In un certo senso se ne era persa la tradizione. Alla Tv di stato, monopolizzata e lottizzata, si applaude e basta e anche quello lo si fa a bacchetta. Come se il pubblico fosse composto da poveri deficienti da manovrare» Al Pomofiore, che è in ripresa diretta, non ci sono regole per il pubblico. Ognuno deve poter lanciare fiori o pomodori come vuole nella più ampia libertà. L’artista che si esibisce usufruisce di una sorta di «zona franca» di un paio di minuti. La gente se ne sta zitta, ascolta e giudica. Poi la valletta alza la bandierina e si scatena la bagarre. Distinte signore impugnano i pomodori come bombe a mano e li lanciano con rara maestria[…].


Nel Luglio del ‘76 la serata finale del Pomofiore andò in onda dallo stadio Carlo Speroni di Busto Arsizio con la presenza di ben 18.000 persone.

Nonostante la trasmissione sia incentrata sull’esibizione di gente comune, di dilettanti, Tortora confidò al settimanale Novella 2000[7], con una punta di tagliente ironia che

il mio sogno è invitare come ospiti d’onore, la nazionale di calcio, il senatore Fanfani, Ettore Bernabei e Giorgio Strehler; la grandinata sarebbe assicurata, ma queste “eccellenze” non dovrebbero lagnarsi: il pomodoro fa bene alla pelle. […] io, per esempio, mi sono mantenuto bene perché anni fa ne ho beccati talmente tanti!...Me ne hanno tirati a quintali. E li ho presi tutti in faccia. Ecco perché vorrei consigliare a questi personaggi una buona cura di pomodori al Pomofiore

L’unico problema creato dalla partecipazione del pubblico nella trasmissione Il Pomofiore lo segnala il regista Beppe Recchia all’inviato di Novella 2000[8]:

«Ho “beccato” un’anziana signora che con noncuranza apriva la borsetta vi metteva il mazzo di fiori e poi si sventolava molto signorilmente con un ventaglio. C’è che i fiori se li tiene per portarli sulle tombe»

«E sì, ogni sera spariscono parecchi fiori e pomodori», interviene rassegnato Tortora «finiscono nei modi più impensati. Ne ho trovati perfino al cimitero, su qualche tomba».

Meno ricordato dal grande pubblico ma non meno innovativo è l’altro programma di punta di Telealtomilanese, “Aria di Mezzanotte[9]” una trasmissione ideata e condotta da Enzo Tortora che al settimanale “Settimana Tv”[10] spiegò:


Quando pensai a questa trasmissione, avevo in mente quello che disse Bernabei, l’ex-capo della RAI, durante una riunione preliminare in vista dell’incontro di pugilato fra Benvenuti e Griffith. Allora ero il conduttore della “Domenica sportiva” e avevo chiesto, data la differenza del fuso orario, di mandare in onda la trasmissione via satellite direttamente durante la notte. Bernabei disse che la cosa era da escludere perché se no gli italiani, costretti a fare le ore piccole per guardare la tele gli avrebbero lavorato male all’indomani e gli si sarebbero alzati tardi”. Ecco quella frase paternalistica che relegava gli italiani al ruolo di piccole comparse idiote mi dette fastidio. Perciò quando decidemmo di fare una trasmissione raffinata pensammo di mandarla in onda a mezzanotte. Gli italiani adulti avrebbero deciso da soli se stare alzati fino a tardi o andare a dormire.

In effetti, in epoca paleotelevisiva forte era la funzione regolatrice delle trasmissioni sul bed-time, non solo dei più piccoli, invitati ad “andare a nanna” subito dopo Carosello, ma anche degli adulti, per cui come ricorda Renato Stella [1999, 23] “alle 23 i programmi chiudevano per consentire a tutti di ristorarsi con un buon sonno prima di riprendere l’indomani l’attività lavorativa”. E il settimanale Gente[11] arriverà a dedicare alla trasmissione un intero servizio dal significativo titolo “A Mezzanotte non spegnere il tuo televisore: c’è Enzo Tortora”. Nelle parole rilasciate al popolare settimanale dal presentatore genovese si ha una semplice ma chiara descrizione del fenomeno dell’estensione del tempo televisivo alle 24 ore, secondo la logica della “televisione di flusso”, una delle marche caratteristiche della Neotelevisione.

[…]l’idea più grossa è stata quella di utilizzare una fascia d’ascolto ancora vuota. Dovunque accendi la TV che cosa vedi dopo la mezzanotte? Neve neve neve. Noi facciamo apparire sul video un gatto con la scritta “non spegnete” e alle 24 cominciamo con il nostro giornale.


«Ogni settimana-
dichiarò Tortora a Novella 2000[12]-ci colleghiamo con un night per offrire ai telespettatori (che al contrario della Rai giudichiamo ormai maggiorenni…) un raffinato spogliarello». “Aria di Mezzanotte” arriverà a suscitare l’attenzione dell’edizione italiana di Playboy del numero di settembre del 1976 «Un vento rivoluzionario soffia via etere. Attenta Mamma Rai: i tuoi programmi casalinghi, parrocchiali, dopolavoristici rischiano di essere stravolti (per usare un brutto termine di moda). Santa Teulada, presto se il contagio si diffonde, dovrà trovare succedanei delle cattive digestioni, delle maglie pesanti, delle caste danze ginnico-premilitaristiche della Carrà; insomma, dovrà buttare tutto il suo corredo mammista».

E Mike Bongiorno, nell’insolita veste di inviato della Domenica del Corriere, arriva addirittura a gridare allo scandalo intitolando il suo articolo “Aiuto! Dalla tv escono fantasmi e donne nude”.

L’ex conduttore di “Lascia o raddoppia” continua nell’occhiello “Per la prima volta in Italia, una stazione televisiva privata fa concorrenza alla RAI. Questo succede con «Tele Alto Milanese» che trasmette tutti i giorni da Busto Arsizio. Presentatore degli spettacoli più popolari è Enzo Tortora.

«Tele Alto Milanese» si distingue per la sua spregiudicatezza: tra l’altro fa assistere ad autentici spogliarelli portando le telecamere nei night, e persino a sedute spiritiche”.


«Presentiamo poi
– continuò a spiegare Tortora[13]- defilée di moda balneare, sedute spiritiche dal vivo, musica classica, jazz, ospiti d’onore eccetera. Offriamo le notizie delle prime edizioni dei quotidiani che a mezzanotte sono già stampati, abbiamo un erborista, uno psicologo, un medico, un barman. Come già avviene al Pomofiore, offriamo uno spuntino, che per Aria di mezzanotte è una spaghettata, alle persone in studio. Ecco come è la trasmissione più insolita d’Europa».

“Abbiamo grosse ambizioni, lo ammetto. Il nostro sarà prima di tutto un centro di produzione. Cioè faremo delle cose che venderemo alle altre televisioni private. Poi saremo anche stazione trasmittente. E anche qui, vogliamo produrre bene.”dichiara al quotidiano Il Giorno[14], del 3 Aprile del 1977 Luigi Malferrari direttore amministrativo della nascente realtà che si sarebbe dovuta chiamare “Società Lombarda di produzione televisiva s.p.a.”.

Come marchio per la nuova emittente che nelle intenzioni dei fondatori non avrebbe dovuto rappresentare il “core business” viene scelto dopo vari ripensamenti il marchio “Antenna 3 Lombardia”.

E’ il 1977, l’anno chiave in cui la Rai è impegnata nel tentativo disperato di lottare contro le emergenti televisioni commerciali. A questo proposito con orgoglio Renzo Villa a distanza di anni ricorda[15]Quando siamo partiti noi, Raiuno e Raidue non avevano ancora il colore, mentre Raitre non esisteva ancora!”.

”L’iniziativa- dichiarò Tortora al quotidiano “Il Giorno[16]- nasce in un momento di grande depressione. Il nostro è un atto di fiducia verso un settore che, se non viene mortificato, diventerà una vera industria trainante”.

Villa e Tortora, dopo aver tentato di proporsi come produttori esterni di alcuni programmi Rai tra cui in primis Portobello, decideranno a loro volta di delegare in outsourcing la realizzazione del telegiornale e dei servizi informativi di Antenna 3 alla redazione del quotidiano Il Giorno.

Quest’ultima idea innovativa viene considerata un pesante attacco diretto alla Rai, in quanto il quotidiano Il Giorno ha come azionista di riferimento l’Eni, allora interamente di proprietà statale.

A rendere ancora più interessante l’iniziativa fu che, anticipando di fatto le attuali trasmissioni di “talent show” e di “reality show”, la dirigenza di Antenna 3 in collaborazione con il quotidiano fondato da Italo Pietra decise di delegare agli stessi telespettatori, mediante televoto, la selezione dei volti nuovi per il telegiornale, con modalità non molto diverse da quanto accade oggi in trasmissioni come X-factor.

Per tre serate, trasmesse in diretta una settimana prima dell’inaugurazione ufficiale dell’emittente, ben sessanta aspiranti videogiornalisti e videogiornaliste, si contendono la vittoria (e quindi il posto di lavoro) in una gara all’ultimo televoto: è un’ulteriore idea innovativa di Enzo Tortora, che crea nel pubblico un grande clima di attesa per l’inaugurazione ufficiale della nuova stazione televisiva, prevista con tre serate di gala a partire dal 3 Novembre 1977[17].

Appare indubbio che vero artefice del successo di Antenna 3 Lombardia, che riuscì ad emergere tra lo sterminato numero (si calcola ben 1500) di emittenti televisive locali che sorsero negli anni del “Far West televisivo”, fu la capacità di aggregazione e la successiva gestione del capitale umano congiuntamente alla capacità di coinvolgimento del pubblico.

Le due emittenti TeleAltoMilanese e Antenna3 che si presentavano come novità alternativa ai programmi della Rai poteva presentarsi sugli schermi di casa dei telespettatori con il volto e la voce rassicurante di personaggi televisivi come Cino Tortorella, Edy Campagnoli, Lucio Flauto ed Ettore Andenna, per non parlare dello stesso co-fondatore e contitolare Enzo Tortora, che erano già ben conosciuti dal pubblico e che si presentavano nel duplice ruolo di “garanti” della qualità nei confronti del pubblico e di “numi tutelari” delle tante persone che debuttavano per la prima volta in televisione.
I volti noti sono anche una garanzia da spendere nei confronti degli investitori pubblicitari.

Al contrario di altre emittenti commerciali, dove la funzione vendita è delegata a concessionarie esterne, Antenna3 attua una scelta controcorrente.

La pubblicità la raccogliamo noi risparmiando il 40 per cento.- dichiarò orgogliosamente Enzo Tortora al quotidiano La Repubblica[18]- Per due terzi è pubblicità nazionale, per un terzo locale”.

«Molte delle produzioni di questa prima fase sono, in effetti state dei successi tanto a livello di ascolto quanto a livello di notorietà (Bingoo, Aria di Mezzanotte, Ciao come stai, Il guazzabuglio, Non lo sapessi ma lo so ecc.)- si legge in una ricerca sulle televisioni locali coordinata da Giuseppe Richeri per conto del Comitato regionale per i servizi radiotelevisivi della Lombardia[19]- e in alcuni casi sono anche diventati modelli per i network nazionali. Un’ulteriore conferma dell’importanza del palinsesto durante questo periodo è che molti dei personaggi che allora collaboravano con Antennatre sono successivamente diventati personaggi di rilievo del panorama televisivo nazionale».
Dallo studio 1 di Antenna3 muovono i primi passi nel mondo dello spettacolo persone come Teo Teocoli e Massimo Boldi, Pamela Prati, Paola Perego, Isabella Ferrari, Carmen Russo, Rita Rusic, Davide Mengacci, Orlando Portento, nonché il duo comico Ric&Gian.

“Esordienti semisconosciuti vecchie glorie sul viale del tramonto accomunati dalla stessa voglia matta. Chi voleva emergere e chi voleva dimostrare di non essere finito. Walter Chiari conduce il varietà «Ciao come stai?». Perso lo smalto del Sarchiapone, la parlata si è fatta biascicata, i tempi schiodati. Ma il genio è lì, intatto, che si fa largo nell’inferno a porte chiuse del cocainomane” commentano Dotto e Piccinini [2006, 94], nel loro libro “Il mucchio selvaggio, la strabiliante inverosimile ma vera storia della televisione locale in Italia”.

Oltre a Chiari numerosi personaggi ritrovarono spazi di notorietà sugli schermi di Antenna3 dopo che erano stati condannati all’oblio da parte dei dirigenti Rai.

Antenna3 e TeleAltoMilanese potevano vantare anche un’ottima squadra di registi. A firmare la regia del 70% delle trasmissioni è Cino Tortorella che, mentre in Rai continua parallelamente la sua carriera nelle trasmissioni per ragazzi, riesce a realizzare come per magia nella poco nota veste di regista il numero record di ben duecento diverse trasmissioni nel giro di pochi anni tra cui le trasmissioni cult “Il Pomofiore” e “La Bustarella”. Tortorella rileggendo[20] questa tesi ci tiene a ribadire: “A Telealtomilanese e ad Antenna 3 Lombardia ho fatto pochissimo come presentatore perché il mio vero mestiere è stato fare l’autore e il regista”. Assai meno noto al grande pubblico tra i registi di Antenna3 è, invece, Enzo Gatta che, grazie all’esperienza acquisita quando è ancora adolescente a Telebiella, passa sorprendentemente dall’impiego come riparatore di televisori nel retrobottega di un negozio di elettrodomestici di Biella, a regista di Portobello, trasmissione più vista della storia della tv italiana.

La regia di questo stesso programma Rai era stato curata precedentemente da un altro reduce di Telebiella Beppe Recchia che per l’emittente di Legnano è regista e autore assieme a Renzo Villa della trasmissione cult “Non lo sapessi ma lo so”, la quale consacra al successo i due comici esordienti Massimo Boldi e Teo Teocoli, scoperti da Villa nel noto locale “Derby” di Milano, che in questa trasmissione secondo Giancarlo Dotto e Sandro Piccinini [2006, 93] appaiono “all’apice della loro grandezza”. «Nel corso degli anni, i due si sono spesso ritrovati nella conduzione di qualche programma (tipo «Scherzi a parte») ma non hanno più raggiunto le vette di complicità di Antennatre. Come mai?» si chiede dalle colonne del Corriere della Sera[21] Aldo Grasso.

Il noto critico televisivo, riguardo a questa fortunata trasmissione aveva scritto anche che “Apprezzato dal pubblico il varietà aveva permesso infine al regista Beppe Recchia di sperimentare nuove formule comunicative che avrebbero poi trovato piena manifestazione in Drive In.[…] Il suo vero erede è Paolo Beldì che ha mosso i primi passi con lui, nella spensierata sgangheratezza del localismo”. Anche Beldì, che può vantare nel suo palmares la regia di trasmissioni come “Quelli che il calcio” o il “Festival di Sanremo”, ha debuttato come regista/aiuto regista proprio ad Antenna3. Ma non meno importante, in una riflessione sulla gestione delle risorse umane, fu l’analisi del ruolo che rivestì il pubblico di Antenna3. Come ricordano anche Dotto e Piccinini [2006, 94], “Negli studi di Legnano affluiva un pubblico da avanspettacolo: numeroso, vociante e non addomesticato da nessun capoclaque. Boldi e Teocoli ricevevano ovazioni da stadio”.

Ma ad Antenna3 il pubblico riveste una molteplicità di ruoli: oltre ad aver scelto mediante televoto i volti dei conduttori del telegiornale, i telespettatori sono invitati da Enzo Tortora a sottoscrivere quote azionarie dell’emittente.

Si conterà così a fianco di Tortora e Villa, un azionariato popolare, composto da ben 50.000[22] soci-telespettatori, titolari ciascuno di una quota di 10.000 lire.

La realizzazione di un innovativo centro di produzione tv all'avanguardia in uno stabile di proprietà nonché i vari costi sostenuti per l’avviamento hanno richiesto una spesa di diversi miliardi di lire dell'epoca.
Una cifra notevole e un impegno finanziario pesante, specialmente in un momento delicato della nostra vita sociale, politica ed economica, - scrive il giornalista Arnaldo Cozzi[23]-un impegno finanziario pesante reso possibile dalla buona volontà di un numero notevole di piccoli azionisti".

Questo particolare assetto proprietario non crea rilevanti problemi di governance: l’unica preoccupazione per la dirigenza dell’emittente lombarda è trovare un luogo idoneo dove tenere l’assemblea sociale. Persino lo studio 1 dell’emittente, allora “studio televisivo più grande d’Italia (Rai inclusa) ” [Dotto Piccinini, 2006, 92], essendo in grado di offrire ben 1200 posti a sedere, risulta essere troppo piccolo, “ Se il giorno dell’assemblea fossero venuti tutti non ci saremmo stati nemmeno nello stadio di Busto Arsizio, avrei dovuto affittare San Siro..." ricorda divertito Villa.


Il pubblico in studio di Antenna3 veniva coinvolto ampiamente anche nei giochi a premi sponsorizzati dagli inserzionisti dell’emittente, che realizzavano particolari forme per certi versi antesignane dell’Enterprise Generated Content, in quanto lo stesso investitore pubblicitario era coinvolto direttamente nella realizzazione di tali giochi a premi.

“Un giorno la Max Meyer, che era sponsor di un gioco de La Bustarella, per la conduzione di tale momento, inviò un suo rappresentante di nome Davide Mengacci” ricorda[24] sorpreso Renzo Villa.

Cino Tortorella pensa a rendere protagonista i giovani spettatori di Antenna 3; ragazzi e ragazze che hanno da svolgere versioni di greco e latino per l’indomani nella trasmissione Telebigino possono richiedere in diretta per telefono l’aiuto di un particolare docente di lettere classiche, Roberto Vecchioni. Per ben tre ore ogni pomeriggio Tortorella organizza inoltre uno spazio in cui ragazzi e ragazze in studio possono mettere in vendita la loro collezione di figurine o cercare la ragazza dei loro sogni o dichiarare il loro amore alla compagna di banco, “un po’ come a Portobello” mi dice Tortorella[25]-“ inoltre con la mie trasmissioni “invito al cinema” ed “invito a teatro” insegnavo ai ragazzi di alcune scuole partner elementi di regia e di cinematografia, prestando alle classi coinvolte alcune attrezzature tecniche utili a realizzare cortometraggi che poi mettevano in onda”
Anche il ruolo, o meglio i ruoli ricoperti dallo stesso fondatore Villa, sono degni di nota in un’analisi sulla gestione delle risorse umane in un’emittente televisiva locale.

Questi infatti fu precursore per certi versi del fenomeno che oggi viene definito “One man station”, che sta a indicare realtà “radiotelevisive” o di produzione audiovisiva in cui la stessa persona deve avere abilità, competenze e conoscenze, che prima erano appannaggio di diversi ruoli professionali ben definiti. Villa fu infatti della sua Antenna3 contemporaneamente oltre che fondatore, anche editore, direttore della programmazione, autore di programmi e persino conduttore, a differenza di molti editori televisivi mai apparsi in video nelle loro emittenti. Proprio grazie a quest’ultimo ruolo ottenne una straordinaria notorietà in Lombardia, al punto da essere a sua volta utilizzato come testimonial nella pubblicità di alcune aziende. «Tortora all’inizio non è d’accordo: -ricorda Villa in un’intervista al quotidiano Libero[26]-“Renzo, sei un autore eccezionale. Fai solo questo. Ricordati che Agnelli non guida la macchina”». Poi, quando improvviso e conduco uno speciale sulla morte di Papa Luciani, si ricrede». Nelle parole del quotidiano La Notte[27]Villa è uno che agli inizi di «Tele Alto Milanese» si ubriacava di video (ubriacando i telespettatori); «voleva fare tutto lui», dicono, «ma poi per fortuna ha un po’ capito e si è calmato; adesso non fa più il Bernabei della Lombardia: cerca di apparire con moderazione e lascia spazio alla redazione».

Villa che prima di diventare editore televisivo non era mai apparso in nessuna trasmissione, nel giro di pochissimo tempo, passò da everyman a beniamino del pubblico, al pari di personaggi di Antenna3 come Ettore Andenna, Cino Tortorella, Walter Chiari o Enzo Tortora, che invece potevano vantare nei loro curricula prestigiose esperienze, anche decennali in Rai.

Enzo Tortora arriverà a scrivere una commuovente dedica nella prima pagina della copia del libro Le forche Caudine donata all’amico Villa “A Renzo che mi ha restituito la gioia di un mestiere: il suo.” La popolarità di Renzo Villa è tale che nel 1983, lui conduttore di una tv locale, risulta essere in un sondaggio condotto mediante cartolina postale sull’intero territorio nazionale da “Tv sorrisi e canzoni”, il quarto personaggio più conosciuto dell’intera televisione italiana. Il volto dell’ormai ex everyman Villa comparirà a sorpresa sul noto periodico nella pagina che comunica i risultati del concorso affianco a quello di Mike Bongiorno, Enzo Tortora e Pippo Baudo.[28]
Nonostante il successo anche di tipo economico, perché non va dimenticato che Villa era anche editore dell’emittente, non subisce affatto il fenomeno della “personaggizzazione” presentandosi come un “primus inter pares” o se si preferisce come un ospitale “padrone di casa[29]”, un caratteristico topos della neotelevisione, tra le milleduecento persone presenti nel sempre pieno studio1 di Antenna3.

Villa propone una modalità di conduzione “alla pari” che privilegia il ruolo degli spettatori in studio, al punto che intere parti delle sue trasmissioni erano condotte non dal palco dello studio 1 di Legnano ma direttamente dagli spalti con lo stesso pubblico a fare quindi oltre che da scenografia anche da quinta teatrale al tempo stesso.

Come dichiarò Villa al quotidiano La Stampa[30]

Come presentatore ho sempre cercato un contatto immediato, diretto con il mio pubblico. Ci sono presentatori che si piazzano su un immaginario piedistallo e da li porgono la trasmissione al pubblico. Sono bravissimi, per carità, ma io preferisco mescolarmi alla gente mostrarmi uno di loro, e sotto questo punto di vista il pubblico che dà più soddisfazioni è quello dei bambini e delle persone anziane


Nelle parole di Casetti [1988, 26]

L’assunzione della quotidianità- sia pur subito «grammaticalizzata» – comporta una conseguenza immediata: ciò che si impone non sono solo le interazioni più comuni ma anche i toni più familiari. Chi allora si affaccia sul video per «discorrere» con il telespettatore- per «stare un poco in compagnia» esibisce cortesia, spigliatezza, amichevolezza, tranquillità sicurezza, ecc.; e le condisce con una disponibilità mista ad un senso di autorealizzazione. Chi si affaccia sul video: la figura infatti che congiunge tutte queste «qualità» è soprattutto quella del conduttore, che grazie a simili tratti può tramutarsi da direttore di scena in interlocutore privilegiato, da maestro delle cerimonie in uomo di casa, da piazzista di programmi in possibile amico del cuore.

Non va dimenticato però il fatto che Villa essendo editore dell’emittente, non solo interpreta il ruolo di “padrone di casa”, ma lo è davvero e come tale si comporta tanto nei confronti degli artisti ospiti quanto nei confronti del pubblico in studio.

Come osserva Casetti [1988, 83]

Con i suoi rituali di accoglienza dell’ospite, di intrattenimento, di socializzazione, determina un patto definibile come patto dell’ospitalità. I programmi che si riconducono al patto di ospitalità riprendono un rituale fortemente caratterizzato e radicato nella nostra cultura (a partire dai Greci antichi che lo consideravano un patto sacrale), oltre che ben riconoscibile in quanto quotidianamente sperimentato. L’ospitalità istituisce una forma particolare di rapporto sociale, per cui un soggetto si impegna ad accogliere un altro soggetto nel proprio spazio (ad esempio ammettendolo a sedersi sul suo stesso divano); si tratta di un vero e proprio accordo reciproco e vincolante, perché ognuno si impegna ad adeguarsi a norme di comportamento prestabilite. Il patto di ospitalità è sempre più presente nel panorama neotelevisivo e informa di sé un numero crescente di trasmissioni: trasmissioni che, a volte, appartengono in linea di principio ai generi classici della televisione (spettacolo e informazione) ma che vengono radicalmente modificate da questa nuova modalità di costruzione dei programmi. Anche nei programmi dell’ospitalità un aspetto importante è la sottolineatura del rapporto schermo-pubblico. In fondo, come già si è fatto notare, passano in secondo piano le cose che si dicono mentre troviamo un’attenzione particolare allo stabilirsi di un buon rapporto tra i personaggi presenti e fra questi e lo spettatore. Più che una comunicazione basata sulla trasmissione di oggetti (numeri di spettacolo o informazioni) con il patto dell’ospitalità la televisione modella innanzitutto dei rapporti.


Sul ruolo di enunciatario ricoperto dal pubblico in studio nella neotelevisione si registrano nella letteratura di riferimento numerosi interventi. E’ però particolarmente interessante riportare qui un intervento di Marrone [2001,61] che commenta alcune osservazioni in materia fatte da Umberto Eco.

Diversamente da altri studiosi che preferiscono porre l’accento ora sul medium e le sue tecniche, ora sui messaggi e le loro ideologie più o meno soggiacenti, Eco fissa costantemente il proprio sguardo analitico sul telespettatore, sulle capacità di comprensione del discorso televisivo che esso possiede e, soprattutto, sulle ipotesi che su quelle capacità vengono avanzate al momento stesso della produzione. In modo del tutto parallelo alla sua ricerca teorica complessiva (da Opera aperta ai limiti dell’interpretazione), il telespettatore diviene, per così dire, sempre meno empirico e sempre più modello: non pubblico a casa che gradisce o non gradisce, capisce o non capisce i messaggi televisivi, ma simulacro presente all’interno stesso delle trasmissioni: sia (materialmente) come pubblico in sala delegato del pubblico a casa, sia (simbolicamente) come enunciatario inscritto nel testo che in modi diversi allude interpella e predispone chi sta dall’altro lato dello schermo.


Su questo punto è interessante leggere il seguente intervento di Colombo [2001, 287]


il pubblico in studio partecipa della dimensione televisiva in quanto incarna concretamente il simulacro[31] di spettatore progettato dal programma: gli atteggiamenti, le reazioni, le risposte di chi è presente in studio concorrono a formare le “istruzioni per l’uso” del programma. Il pubblico in studio costituisce dunque una figura vicaria del telespettatore, interlocutore in praesentia “in vece di” un interlocutore indistinto come quello al di là del teleschermo[…]in questo modo si offre una chiave di lettura del programma, duplicando attraverso le reazioni di chi è presente in sala la partecipazione di chi assiste da casa.

Bruno [1994, 28] aiutandosi con la narratologia propone una breve e al tempo stesso chiara riflessione con interessanti spunti e rimandi anche ad altre note teorie di stimati autori[32], su tutte quella del “Lettore modello[33]” di Umberto Eco.

[.] di “patto comunicativo” parla Francesco Casetti in un saggio in cui la “cooperazione testuale” si ripresenta come espansione del modello narratologico basato sul lettore implicito: l’annunciatore (narratore) sta al pubblico in studio (narratario) come il broadcaster (enunciatore) sta all’audience (enunciatario); il contenitore è una mitopoiesi.

Wolf [1981, 106] dedica un intero paragrafo agli attori dell’enunciazione.

Per quello che riguarda, dunque, gli attori dell’enunciazione, bisogna distinguere tra le istanze empiriche, esterne al testo e le istanze formali, o simulacri delle precedenti interne al testo. Il destinatore empirico del testo dello spettacolo è una istanza tipicamente collettiva, responsabile della produzione e della organizzazione del testo stesso, che introduce all’interno di quest’ultimo un proprio simulacro, di solito unitario […] e di solito coincidente con l’intrattenitore. Anche il destinatario empirico è una istanza collettiva, cui spetta il compito di ri-costruire interpretativamente il testo, in cui è pure presente sotto varie forme: pubblico in studio, ospite locutore, telefonate, lettere, interpellazione verbale e di sguardo da parte del’intrattenitore, ecc. Lo schema[34] secondo cui si sviluppano le linee di questo quadro comunicativo può essere così illustrato:


Schema tratto da [WOLF 1981,106]

Questa ricerca vuole esplorare i modi in cui la televisione- e in particolare la televisione italiana di oggi- cerca di incontrare il suo pubblico. Si è detto “incontrare” e non “accondiscendere” o “accontentare”. Ciò che è in gioco infatti non è la mera adeguazione ai “gusti del telespettatore” bensì la capacità di definire un terreno su cui l’azione dell’emittente possa incrociare quella del ricevente, l’offerta di programmi possa commisurarsi con una domanda, una proposta possa confrontarsi con un’attesa. In altre parole, ciò che è in gioco è la possibilità di costruire un punto di convergenza, che faccia delle azioni dei convenuti, pur dissimili tra di loro, un gesto in qualche modo coordinato. […] Per sottolineare la peculiarità di un simile terreno di incontro, si è convenuto di designarlo con il nome di patto comunicativo. Il termine infatti dà bene il senso di ciò cui ci si vuol riferire. Si tratta di quell’accordo di sfondo grazie a cui emittente e recettore riconoscono di agire in un ambito comune: di essere entrambi parti di una medesima partita, di operare in relazione reciproca, di obbedire a delle regole simili- o perlomeno mutuamente accettate-, di perseguire finalità analoghe- o perlomeno parallele-. In altre parole, si tratta di quell’accordo grazie a cui emittente e recettore riconoscono di comunicare, e di farlo in un modo e per delle ragioni fondamentalmente condivise.


Nel caso della televisione locale, si osserva il curioso fenomeno per cui sia il presentatore-giornalista che il pubblico in studio oltre che i telespettatori nonché l’emittente televisiva siano legati allo stesso territorio.

Ciò consente ad esempio un ampio ricorso all’uso del dialetto, o alla musica Folk locale giocoforza trascurati sulle tv nazionali a volte addirittura accusate di “omologazione[35]”.

E questa “autoreferenzialità territoriale” sarà alla base della nota riflessione di Eco [1983, 176] sull’idealtipica “tv della signora di Piacenza” con cui


La neotv indipendente (partendo dal modello statale di Giochi senza frontiere) punta la telecamera sulla provincia e mostra al pubblico di Piacenza la gente di Piacenza, riunita per ascoltare la pubblicità di un orologiaio di Piacenza, mentre un presentatore di Piacenza fa battute grasse sulle tette di una signora di Piacenza che accetta tutto pur di essere vista da quelli di Piacenza mentre vince una pentola a pressione.

Nel caso specifico di Antenna3 Lombardia e di TeleAltoMilanese, il telespettatore poteva accendendo il televisore vedere protagonista di un gioco a premi, o seduto tra il pubblico, un proprio vicino di casa o un conoscente.

A chiudere il cerchio sta il fatto che molti degli inserzionisti pubblicitari di Antenna3 fossero medie aziende del territorio. Nel caso soprattutto delle catene di Grande Distribuzione Organizzata (allora nascente) si sono rilevati curiosi fenomeni, come ad esempio il titolare di una catena di supermercati locali che ringraziò personalmente Renzo Villa dicendogli “Renzo quando ho iniziato a fare pubblicità su Antenna3 avevo 4 supermercati, ora ne ho 37[36].

Renzo Villa per spiegarmi[37] lo stretto rapporto creatosi tra la sua emittente e il territorio, cita Lucio Flauto, il conduttore della trasmissione cult “Il Pomofiore” che sosteneva che

se degli avventori di un bar di Legnano che stanno giocando a carte davanti a un televisore accesso, sentono la notizia che una massaia di Busto Arsizio è caduta in un tombino rotto di una strada di Busto Arsizio, smettono di giocare e rivolgono la loro attenzione alla tv. Se sentono che è caduto il governo invece continuano a giocare….

Nelle stesse parole di Renzo Villa rilasciate durante un’intervista[38] nel 1978:

il fatto stesso che mi presento con un semplice maglione, mi permette di entrare nelle case come se fossi uno della famiglia: un amico, un conoscente. E poi questa mia, se vogliamo insicurezza nel presentare questa mia felicità nel commuovermi- che non è finzione scenica: mi commuovo veramente-mi hanno reso più “casalingo”. Quindi non un mattatore che vuole strabiliare ma un amico che entra nella case di 5 milioni di telespettatori e con loro passa due ore distensive. Assieme ci divertiamo, assieme giochiamo, assieme ci commuoviamo. Ripeto: non è un cliché che mi sono imposto, un vestito che non è mio. Io sono uno di casa.

Il suo rapporto con i telespettatori è tale che, aprendo una trasmissione, Villa arriverà a dire con la voce rotta dalla commozione :


«Cari amici…cari amici è un po’ la parola che usano i presentatori, non dico per imbonire la folla assolutamente, ma quando iniziano una trasmissione ecco è usuale questa parola “Cari amici”. Noi ad Antenna3 ci siamo illusi , e qualche volta ci siamo riusciti, di considerarvi e di sentirvi realmente amici, ragione per cui tante volte il “cari amici” non è stato solo un modo di dire, il modo del presentatore per iniziare la serata….»

Di lui che da una ventina d’anni non appare in televisione Aldo Grasso [2006, 26] scrive che è stato il “grande guru del localismo televisivo”, il quotidiano Il Giornale[39] nel 2006 lo ha definito “Un generale della tv privata a riposo” mentre Enrico Mentana nel corso di una serie di puntate dedicate alla storia della tv libera è arrivato addirittura a cambiare il detto che si usa abitualmente per attribuire i corretti meriti alla persona a cui spettano da “Diamo a Cesare quel che è di Cesare” in “Diamo a Renzo quel che è di Renzo”.


Nella stessa puntata di Matrix nel corso di una videointervista registrata proprio nella sede di Legnano di Antenna3, Villa mostrando alle telecamere lo studio 1 ha dichiarato “Entrare qua dentro e vedere tutto questo pubblico festante era la cosa più bella del mondo. Delle persone che venivano, un 10% veniva per farsi vedere in televisione, ed è naturale, ma gli altri venivano per divertirsi…”

Nel 1981 Silvio Berlusconi convoca Villa a casa sua a Milano, per cercare di convincerlo a vendergli la sua emittente. Il futuro presidente del consiglio che già si è guadagnato sul campo il soprannome di “Sua emittenza”, quasi commosso arriverà a dirgli[40]Io la invidio molto Villa, come saprà, da giovane suonavo sulle navi da crociera sognando di avere successo nel mondo dello spettacolo, io non ci sono riuscito, lei invece sì”.

Nonostante la valida offerta economica di Berlusconi, Villa proprio in diretta televisiva con la voce rotta dall’emozione comunicherà al suo amato pubblico che non è intenzionato a cedere l’emittente, proprio per non vedersi costretto a rinunciare alla conduzione delle sue trasmissioni.

E sempre Berlusconi, a distanza di anni, dirà a Ettore Andenna, ex conduttore di punta di Antenna3 “Nel marzo dell’82, ho messo in onda tutto ciò che c’era di nuovo per la televisione dell’epoca, i primi James Bond, le prime soap opera e quant’altro, vincevo in tutta Italia, ma non riuscivo a tirare giù mille spettatori alla Bustarella in Lombardia, che per me è la Cro-Magnon delle tv locali” [Baroni 2005, 64]. Anche Renzo Villa, ogni martedì sera con la sua trasmissione “Bingooo” si contendeva gli spettatori con Dallas, in onda in contemporanea: Curioso è il fatto che in Lombardia, l’«everyman» Villa, riusciva a vincere la guerra degli ascolti, contro un costoso telefilm cult girato a Hollywood.

L’emittente di Legnano rappresenta una valida alternativa, in onda dal “profondo nord” alla programmazione romanocentrica della Rai: in Lombardia arriva a superare, in termini di ascolto, addirittura il secondo canale Rai. Dopo soli pochi mesi dall’avvio delle trasmissioni, un emozionato Enzo Tortora dichiarò al quotidiano La Repubblica «Siamo la vera alternativa alla Rai. Certe sere abbiamo un pubblico che raggiunge le 770 mila persone. Superiamo, nel nostro bacino d’utenza, il secondo canale Rai[41]». Le tv locali non potendo per limiti di bilancio acquistare library cinematografiche o diritti sportivi basano il loro successo proprio su trasmissioni televisive autoprodotte con un altissimo grado coinvolgimento del pubblico.

Esse inaugurano quello che alcuni studiosi, tra cui Casetti, Odin, Mauro Wolf nonché Umberto Eco classificheranno anni dopo non solo come un nuovo genere televisivo, ma una vera e propria rivoluzione copernicana, per cui conieranno il noto termine “Neotelevisione”, rivoluzione a cui nemmeno la tv di stato potrà sottrarsi.

Appaiono quindi lungimiranti le parole pronunciate da Mike Bongiorno, negli studi di Legnano di Antenna3 durante una trasmissione di Enzo Tortora, in risposta a un telespettatore che per telefono aveva chiesto all’ex conduttore di Lascia o raddoppia? come si sentisse a essere in una televisione privata.


Bongiorno: Come vuole che mi senta? Benissimo! Noi siamo abituati con le telecamere, anzi qua forse mi sento molto più sciolto, perché come ripeto quando si lavora su una rete nazionale subentrano tante altre responsabilità e tante altre cose… qui addirittura forse qualche volte scappa anche la parola non molto bella ma viene perdonata, perché qui è come se fossimo tutti in casa, insieme in cucina che chiacchieriamo. Ecco quindi qui qualche volta forse si usano parole che là non si userebbero.

Tortora: Ecco forse questo l’amico di Pavia, mi consenta di chiamarlo amico, l’ha evidenziato, è proprio il lato più importante delle televisioni locali. E’vero quello che tu stai dicendo e lo approvo anche io. Là quando siamo nella lanterna magica di stato, nell’acquario demaniale si ha immediatamente la sensazione che tutto diventi burocratico ufficiale indubbiamente la televisione locale rappresenta un contatto più diretto e poi questo capisci? questo flusso questo arrivare, driiin Pavia, driiin Cremona, driiin Milano, driiin Mantova è un fatto enorme è questo è una conquista che le televisioni e le radio locali hanno fatto. La stessa Rai tv oggi è costretta a inventare dei modelli che più o meno seguono questa che è stata la linea di partecipazione. Oggi la gente ha un grande bisogno di entrare dentro, proprio di nuotare non più di limitarsi a guardare quello che capita dietro il cristallo coi pesciolini rossi che eravamo noi nei quali così… ci si limitava a guardarli; a dire “ma guarda”, ha voglia di tuffarsi e di fare la sua domanda, magari sbagliata, magari sciocca, magari impertinente.questa è la grande lezione delle televisioni locali.

Bongiorno: Sono d’accordo con te però ritengo e appunto ti ripeto quello che avevo detto inizialmente che questa concorrenza e queste cose nuove che fanno le televisioni private, serviranno forse per una ristrutturazione per la stessa Rai, la quale cercherà, forse su un piano diverso, però di adeguarsi a questo tipo di emissione e di trasmissione. Per esempio, le radio libere hanno lanciato il disc jockey, tu vedi che adesso già alla radio Rai stanno tentando di mettere in onda i disc Jockey, forse non è facile come per le emittenti private, però stanno cercando. Io penso che forse anche nella televisione di stato molto probabilmente stanno cercando di adeguarsi allo stesso modo…Lo vedremo, forse avremo i risultati tra tre anni non prima.

Interessante può essere la lettura dell’intervento tenuto da Gigi Speroni alla tavola rotonda “In diretta con la provincia” tenutasi a Torino nel 1985. Speroni propone un’interessante comparazione tra il coinvolgimento del pubblico nei programmi negli anni cinquanta e negli anni della neotelevisione.

Il modello assunto dalla Rai fu quello di coinvolgere paesi e cittadine direttamente nella costruzione di molte trasmissioni. Questo modello è stato recentemente rivitalizzato e, in parte, trasformato da alcune emittenti private”

Dobbiamo allora chiederci perché la Rai (e in particolare Rai 3 che era nata col preciso compito di televisione regionale) ha dovuto assistere alla nascita di un modello “rivitalizzato” dalle emittenti private e in che cosa consiste questa “trasformazione” attuata dalle stessi emittenti. Con successo, evidentemente, visto che, nonostante tutto, riescono a sopravvivere. Credo che la risposta la si possa trovare nella stessa impostazione di questa tavola rotonda, dove si parla di una Rai che ha cercato di coinvolgere paesi e cittadine direttamente nella costruzione di molte trasmissioni”. Coinvolgere dal centro, che è ben diverso dal delegare a fare. Le emittenti private, invece (almeno quelle che qui ci interessano, a livello locale e regionale), hanno rivitalizzato il rapporto mezzo di comunicazione-cittadino perché sono nate dalla/nella loro realtà culturale e socio-economica, la vivono giorno per giorno con il “proprio” pubblico e, quindi, la sanno, la possono interpretare in un continuo confronto dialettico basato su fatti vissuti direttamente. I loro programmi non sono pennellate di colore locale a un palinsesto creato dal centro, ma nascono dalle istanze realmente sentite dai cittadini e sono sottoposti a un vaglio critico immediato e continuo che non permette svincolamenti, fughe dalla realtà. Più che “in diretta con la provincia”, è più esatto parlare, in questo caso di “diretta dalla provincia” e per la provincia. E qui parliamo di provincia in senso lato, intendendo tutto quello che costituisce una realtà locale che non trova spazio nel mezzo di comunicazione nazionale. Quindi per provincia intendo anche il quartiere cittadino, l’hinterland delle metropoli, ecc. In Italia le regioni sono nate dieci anni fa, contemporaneamente ai primi tentativi di “libertà di antenna” delle voci televisive private. L’esigenza amministrativa dello stato di decentrare per mantenere più stretti contatti con i problemi dei cittadini è sorta, quindi, in parallelo con l’esigenza del mezzo di comunicazione d’affrontare le necessità locali altrimenti ignorate, di informare, di valorizzare istanze culturali o di qualsiasi genere (sport, spettacolo, ecc.). Tutto un fenomeno di iniziative, di attività che, a livello nazionale, non avrebbero trovato (e non potrebbero trovare) spazio. E non soltanto in televisione […] Così l’utente televisivo scoprì la sua televisione a diretta portata di studio e di telefono e riuscì a vivere il “magico mezzo” quasi come una comproprietà personale. Di pari passo la pubblicità locale scoprì la possibilità di fruire di un mezzo che, sino ad allora, le era stato precluso. Nacquero quindi, le cosi dette “Tv delle magliette” dove conduttori di giochi, partecipanti, pubblico indossavano indumenti forniti dalle ditte sponsorizzatrici. Fu il primo passo, sia pure artigianale, ma anche la scoperta di personaggi, avvenimenti, iniziative sociali o semplicemente popolari che non avevano, sin’allora, trovato un megafono. Moltissimi cosìdetti divi d’oggi sono nati nelle emittenti locali, molte iniziative, anche della Rai, si rifanno alle esperienze delle tv private [Speroni 1985, 157-158].

La televisione moderna è il rilievo più curioso, nasce più da queste esperienze selvagge che dagli ingessati programmi Rai- scrive Grasso dalle colonne del Corriere della Sera[42] prendendo ad esempio manco a dirlo un programma di Antenna 3 - Basta prendere una trasmissione a prima vista sgangherata come Non lo sapessi ma lo so per capire l’evoluzione del teatro di rivista in tv.” Caprettini [1996, 69] dal canto suo ricorda che «L’importanza di un’analisi di tale periodo della storia dei palinsesti televisivi italiani, risiede soprattutto nella funzione preparatoria che essi hanno svolto, sia pure confusamente e per certi versi inconsapevolmente, nei confronti della nascita e del consolidamento di un nuovo modo di fare televisione».

La scelta della dirigenza di Antenna 3 fu quella di competere con le emittenti concorrenti, non comprando diritti di trasmissione di film, telefilm o eventi sportivi, ma di ricorrere massicciamente all’autoproduzione di trasmissioni con ampia partecipazione del pubblico. In un articolo del settimanale Confidenze[43] si legge infatti:

E’ forse il caso più atipico nel panorama (sconfinato) delle tv private italiane: non trasmette film in esclusiva; non si è assicurata alcuno scoop clamoroso; non diffonde serie mozzafiato, acquistate a suon di milioni negli Stati Uniti. Eppure quando alla fine di ogni anno arriva il momento di stilare gli indici di gradimento, Antenna 3 Lombardia risulta sempre ai primi posti. E i suoi programmi-pensati, prodotti, realizzati e diffusi in diretta dagli studi di Legnano- continuano ad essere tra i più conosciuti e graditi.[…] Il merito di questo crescente successo è da attribuirsi all’originalità di programmi come quelli sopra citati, ma soprattutto a una serie di caratteristiche-di ingredienti, diremmo- che fanno di Antenna 3 un’emittente unica in Italia: conduzione quasi familiare (anche se sostenuta da un’indubbia professionalità); partecipazione diretta del pubblico; e soprattutto semplicità comunicativa, bravura dell’intero cast.

Sull’importanza che ha rivestito il pubblico nel successo dell’emittente fondata da Enzo Tortora e Renzo Villa, è interessante leggere questo commento, di una decina di anni dopo, sul settimanale Panorama[44]:

”C’era una volta Antenna Tre Lombardia, e già nel 1977 viveva di grandi show sponsorizzati da piccole imprese commerciali, con il pubblico in studio a fare spettacolo intorno al nuovo ferro da stiro e intorno alla nuova cyclette. Antenna 3 ha portato per la prima volta in tv, per necessità di videovendita, la gente comune della provincia.

Trasmissioni come Portobello e lo stesso genere di programmazione così detto “contenitore” sono filiazioni dirette delle videovendite in versione Antennatre.

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L'autore:

Riccardo Esposito, classe 1985, si è laureato in Comunicazione d'Impresa e Marketing con una tesi di laurea dal titolo “Elogio catodico del quotidiano. Le origini del coinvolgimento del pubblico nei programmi televisivi: il caso di Telebiella e Antenna 3”. Ha curato il coordinamento editoriale, la logistica e la promozione dell'autobiografia del fondatore di Antenna3 e TelealtoMilanese Renzo Villa, “Ti ricordi quella sera? La storia delle prime televisioni private in Italia raccontata da uno dei protagonisti”.
Appassionato di editoria indipendente, sia essa televisiva, cartacea o su web, crede nel valore della diffusione della conoscenza libera, sul modello dell'enciclopedia collaborativa Wikipedia.
Un grande sogno irrealizzato (per ora) nella vita: svolgere uno stage ad Antenna3 o in un'altra emittente televisiva locale.
Email riccardo.esposito@tvlocali.tv

NOTE A PIE' DI PAGINA

[1] La trasmissione “Il Pomofiore”, nata da un’idea di Enzo Tortora a Telealtomilanese con la regia curata da Beppe Recchia continuò su Antenna3 Lombardia. Tale cambio di emittente coincise con il ritorno in Rai di Enzo Tortora. La conduzione del programma, fu affidata quindi a Lucio Flauto e la regia a Cino Tortorella.

[2] Settimanale “Settimana Tv”, 11 Luglio 1976, n 28 “Con Enzo Tortora si divertono due milioni di telespettatori”

[3] Benché in onda nella versione radiofonica dai lontani anni '50, la versione televisiva del programma di Corrado avrà inizio solo nel 1986, nove anni dopo Il Pomofiore. Una primogenitura di trasmissione basata sulle performance di “dilettanti allo sbaraglio” spetta forse neanche troppo a sorpresa a una trasmissione radiofonica di Enzo Tortora in onda Rai negli anni '50, dal nome “Il quarto d’ora del dilettante” che con una straordinaria lungimiranza sembra di fatto anticipare la nota definizione di Handy Warhol sul quarto d’ora di celebrità.

[4]Domenica del Corriere, settimanale del Corriere della Sera, 22 Luglio 1976, Numero 30, Intervista di Mike Bongiorno a Enzo Tortora “Aiuto! Dalla tv escono fantasmi e donne nude”

[5] Novella 2000, 25 giugno 1976, n.26 “Alla tv libera li trattiamo così”

[6] Novella 2000, 25 giugno 1976, n.26 “Alla tv libera li trattiamo così”

[7] Con la seguente dichiarazione, Tortora sembra anticipare quello che diventerà uno dei suoi cavalli di battaglia nella trasmissione Portobello: il confronto tra l’uomo politico e il cittadino qualunque. Formula simile sarà ripresa e amplificata in anni successivi da Gianfranco Funari. Non bisogna infine dimenticarsi che Tortora nella stagione ‘82/’83 presentò su Retequattro Cipria, una trasmissione basata sulla partecipazione di personaggi politici in show autodegradanti.

[8] Novella 2000, 25 giugno 1976, n. 26 “Alla tv libera li trattiamo così”.

[9] La seguente trasmissione fu riproposta anche su Antenna 3 Lombardia sempre con la conduzione dello stesso Tortora.

[10] Settimana TV, 11 luglio 1976, n. 28 “Con Enzo Tortora si divertono due milioni di telespettatori”.

[11] Settimanale “Gente”, 9 agosto 1976, n. 32, “A mezzanotte non spegnere il tuo televisore:c’è Enzo Tortora

[12] Novella 2000, 25 giugno 1976, n. 26 “Alla tv libera li trattiamo così”.

[13] Novella 2000, 25 giugno 1976, n. 26 “Alla tv libera li trattiamo così”.

[14] Il Giorno, 3 aprile 1977.

[15] Dichiarazione raccolta dallo scrivente e pronunciata dal sig. Renzo Villa nel suo discorso di ringraziamento in occasione dei festeggiamenti per i 32 anni dell’emittente.

[16] Ibidem, Il Giorno 3 aprile 1977.

[17]Le serate di inaugurazione dell’emittente furono tre, con altrettanti diversi conduttori (Ettore Andenna, Lucio Flauto ed Enzo Tortora) ed altrettanti registi (Cino Tortorella, Beppe Recchia e Davide Rampello). Ad inaugurare la nuova emittente è il ritorno sul ring del pugile Sandro Mazzinghi. Come ha raccontato Villa in occasione del 33° anniversario di Antenna3: “Ciò aveva creato una notevole curiosità , sia da parte di un pubblico “generico”, più interessato alla nascita di un’emittente e dalla possibilità di vedere dal vivo uno studio televisivo, ma anche di tanti e tanti sportivi italiani”.

[18] Testimonianza riportata anche in cfr. [Dotto, Piccini 2006, 92]

[19] Le televisioni regionali in Europa e Lombardia, ricerca del Comitato regionale per i servizi radiotelevisivi della Lombardia edita per i tipi di Guerini e associati.

[20] Dichiarazione rilasciata allo scrivente nel novembre 2010

[21] Il Corriere della Sera, 2 aprile 2005

[22] Villa nel 2005 ha motivato in un’intervista allo scrivente l’alto numero dei soci che costituivano l’azionariato popolare col fatto che “in questo modo avrei potuto raccogliere in pochissimo tempo le 50.000 firme che secondo l’art 71 comma 2 della nostra Costituzione sono necessarie per poter presentare una proposta di legge di iniziativa popolare”
Al quotidiano La Stampa del 6 maggio 1983 aveva dichiarato anche “non mi servivano i loro soldi ma la loro firma per bloccare eventuali proposte di legge contro le tv private”.

[23] Arnaldo Cozzi in “Quindicesimo Chilometro, morte per le tv libere?” edizioni Il Portolano.

[24] Dichiarazione rilasciata allo scrivente da Renzo Villa

[25] Commento rilasciato da Tortorella in seguito alla lettura di una bozza della seguente tesi.

[26] Libero, 13 dicembre 2009, “Ho inventato le Tv private”

[27] La Notte, mercoledì 5 maggio 1976

[28] cfr Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Renzo Villa

[29] Sull’uso di questa espressione cfr [Casetti 1988, 57] o cfr [Casetti 1988, 79].

[30] Stampa Sera 20 dicembre 1983, pag 21.

[31] Anche Eco [1981,16] interviene sul ruolo di “simulacro” rappresentato dalla partecipazione del pubblico.

”Nei programmi di intrattenimento (e nei fenomeni che essi producono e produrranno di rimbalzo sui programmi d’informazione “pura”) conta sempre meno se la televisione dica il vero, quanto piuttosto il fatto che essa sia vera, che stia davvero parlando al pubblico e con la partecipazione (anch’essa rappresentata come simulacro) del pubblico.

Lo stesso Eco tornerà sull’argomento riproponendo un’osservazione simile nel noto articolo del settimanale L’Espresso ora contenuto in [Eco 1983, 163] “La caratteristica principale della Neo Tv è che essa sempre meno parla (come la Paleo Tv faceva o fingeva di fare) del mondo esterno. Essa parla di se stessa e del contatto che sta stabilendo col proprio pubblico. Non importa cosa dica o di cosa parli (anche perché il pubblico col telecomando decide quando passare su un altro canale). Essa, per sopravvivere a questo potere di commutazione, cerca di trattenere lo spettatore dicendogli: “Io sono qui, io sono io, e io sono te”. La massima notizia che la Neo tv fornisce, sia che parli di missili o di Stanlio che fa cadere un armadio, è questa: “ti annuncio, caso mirabile, che tu mi stai vedendo; se non ci credi, prova, fai questo numero e chiamami, io ti risponderò”.

[32] Sulla materia prendendo ad esempio la trasmissione Portobello, interviene anche Bettetini nel libro “Le televisioni in Europa

«Il tic tac dell’orologio percorre la conversazione fra enunciatore ed enunciatario, scandendone il ritmo; funziona come contenitore con valenza autoreferenziale; ma si riconosce in esso una funzione simbolica enfatizzata per vari aspetti: è il tempo (deputato) al racconto (di storie, di una storia) destinate a stupire commuovere strappare lacrime e sollevare al termine l’animo dell’enunciatario ingenuo, pronto a cedere ai trabocchetti istituiti dal testo. L’istituzione di siparietti interni, contrassegnati da una presentazione grafica accurata ed evocativa e dal sottofondo musicale, rivela l’inequivocabile disposizione del soggetto a rendere lo spettatore partecipe di storie destinate a proseguire nel corso delle puntate successive. E’ giocoforza notare come i procedimenti narrativi, attraverso le marche segnalate dall’ottica delle riprese, dagli stacchi di montaggio, dalla scelta del piano da proporre allo spettatore, rivelino la predisposizione a spettacolarizzare i dati del discorso integrandoli in una globale strategia pseudo umanitaria impressa dal conduttore». [Fondaz. Agnelli, 922-923]

[33]Come scrive Pozzato [1992, 161] “Nel parlare di pubblico e di spettatore modello, utilizziamo un concetto messo a punto da Eco (1979) a proposito del lettore modello. Allargando la nozione di testo, si allarga anche la nozione di “lettore”, per cui ci sentiamo di estendere allo spettatore questa categoria.”

Sulla “progettazione” da parte degli autori televisivi di un “lettore modello” o di un “destinatario rappresentato” non si può non citare il noto articolo “Casalinga ama Vespa non corrisposta” di Beniamino Placido, che firma il pezzo che si presenta come una lettera pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 4 agosto 1984 a nome di una “Casalinga di Voghera”: “Gentili Signori Dirigenti della Televisione, Perdonate l’ardire. Mi rivolgo a voi senza conoscervi. Voi invece mi conoscete bene. Sono una casalinga di Voghera, Anzi, la casalinga di Voghera. So che mi nominate spesso, nelle vostre riunioni. Specie quando dovete rimproverare qualcuno di quei tipetti «culturali» che vorrebbero parlare di cose astruse. Ma che cosa capirà di questi tuoi discorsi la casalinga di Voghera?”

Enrico Vaime dal canto suo ricorda un divertente aneddoto: «Noi abbiamo sempre nell’orecchio le parole di quell’alto dirigente RAI che non è più qui, che ci diceva: Ma il contadino di Poggio Bustone lo capisce quello che dite?

Noi siamo stati perseguitati per anni da questo contadino di Poggio Bustone. Abbiamo anche fatto anni fa, con Vianello una scenetta significativa. La scenetta era questa: C’era Vianello che andava dall’alto dirigente RAI, gli raccontava una situation che voleva rappresentare, e il dirigente rispondeva: ma il contadino di Poggio Bustone queste cose non le capisce. Questo succedeva due o tre volte a tormentone. Finché Vianello prendeva una motocicletta e si avviava verso Poggio Bustone. Andava in un campo, acchiappava un contadino e scuotendolo violentemente gli urlava: ma tu, che vuoi??» [Vaime 1985,220].

Interessante è anche il seguente intervento di Bettetini [1990, 238]:”Il progetto pedagogico-illuministico che animava la programmazione televisiva degli anni Sessanta e degli anni Settanta [..] si incarnava nel ruolo di un’emittente che mirava soprattutto all’unificazione della sua utenza, con cadute verso il basso per interessare le fasce più lontane da quello che veniva ritenuto un livello «medio» di competenza e con tentativi di recuperare queste stesse fasce, spingendole verso l’empireo di una «cultura» intesa come traguardo minimale di valori e di convivenza civile. Ci furono anche eccezioni costituite da programmi «mirati» a zone specifiche di utenza, talvolta a livelli medio-alti; ma il trend fondamentale della cosiddetta Tv «tradizionale» fu soprattutto indirizzato nel senso di un autoriconoscimento dello spettatore medio in una comunità nazionale, della quale la televisione era stimolo e specchio nello stesso tempo.

Dal canto suo Grasso [2000,322] ricorda che “La trovata risolutiva di Portobello è quella di considerare la provincia come l’ideale «bacino d’utenza», smettere di rivolgersi al pubblico delle grandi città”. Il dirigente Rai Mario Carpitella proprio a proposito di Portobello scrisse il saggio “La Provincia e l’impero” contenuto nel testo “Televisione: la provvisoria identità italiana”, Edizioni Fondazione Agnelli, Torino, 1985

Casetti [1988b, 54] ricorda che “l’enunciato sotteso a tutti gli spettacoli televisivi è «questo è per te». Più precisamente lo spettatore è presentato, rispetto a quanto avviene davanti alle telecamere, come il mandante.

[34]Nella stessa spiegazione data da Wolf [1981, 106] “Lo schema cerca di rendere conto di vari fenomeni. In primo luogo della disgiunzione del soggetto dell’enunciazione (inteso come il responsabile della produzione effettiva del testo) da qualunque soggetto (attore) presente nel testo. La stessa cosa può dirsi per quel che riguarda il rapporto tra il destinatario empirico (pubblico davanti al video) e l’attore che prende in carico la sua immagine testuale. Questa disgiunzione è possibile grazie al meccanismo semiotico definito come débrayage enunciazionale che permette di passare dalla struttura implicita e presupposta dell’enunciazione (nel caso specifico, dei soggetti presupposti dal testo: il destinatore e il destinatario empirici), alla messa in scena nel testo dell’istanza enunciativa (cioè agli attori comunicativi che compaiono effettivamente nel testo di intrattenimento, come simulacri dei precedenti). Come risulta chiaramente dalla applicazione di questo meccanismo (ma non è forse superfluo ribadirlo ancora una volta), in effetti nel testo di intrattenimento la reversibilità dei ruoli comunicativi si realizza, ma soltanto a livello dei simulacri. Nello schema, inoltre, le frecce in alto ed in basso indicano due attività pragmatiche parallele: da una parte quella di produzione del testo a carico del destinatore empirico; dall’altra quella di interpretazione da parte del destinatario, che non consiste in una semplice attribuzione di senso, ma in una vera e propria accettazione o rifiuto dal contratto enunciativo proposto dall’emittente. La linea tratteggiata interna al testo indica la stratificazione dei suoi attori comunicativi, che spesso viene occultata mentre in altri casi è esibita.

[35] Non si può non citare a proposito della dicotomia tra periferia e centro Pier Paolo Pasolini che nel celebre articolo “Sfida ai dirigenti della televisione” pubblicato su Il Corriere della Sera del 9 dicembre ’73, (ora con il titolo “Acculturazione e acculturazione”, in Scritti corsari, pp. 27-30) scrive: «Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza». Nel passo immediatamente precedente scrive: «Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili. […]Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli».

[36] Dichiarazione rilasciata allo scrivente.

[37] Dichiarazione rilasciata da Renzo Villa allo scrivente.

[38] Ritaglio stampa reperito nell’emeroteca di Telealtomilanese, s.d., testata non indicata.

[39] Il Giornale 2 ottobre 2006,

[40] Dichiarazione rilasciata da Renzo Villa allo scrivente.

[41] Dichiarazione rilasciata all’epoca al quotidiano La Repubblica e ora contenuta in Dotto, Piccinini [2006, 93], op. cit.

[42] Il Corriere della Sera 2 aprile 2005, pag 43.

[43] Dal settimanale Confidenze, periodico locale dell’area dell’altomilanese. data non disponibile.

[44] Panorama 13 settembre 1987 “C’era una volta Wanna

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